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Gardenio Granata, Viviamo ancora nel Decadentismo?

Simile ad una vasta moderna Odissea, la letteratura decadente è abitata da personaggi che del mitico Ulisse hanno conservato l’ansia di conoscenza e la tensione verso un’Itaca a cui approdare. Ma quell’ansia, che ancora sorreggeva e forniva ali ai romantici, alla fine dell’Ottocento è divenuta angoscia esistenziale, “spleen”, senso di vuoto, e quella tensione faustiana si è perduta.

Perché non si danno Itache per gli eroi moderni, condannati ad una “fuga senza fine”: essi non sanno più dove sia la loro terra, e se esiste, è sempre troppo lontana, irraggiungibile. Tanto l’esteta “fin de siècle” che in preda alla nevrosi fugge dalla volgarità del mondo borghese, nemico della bellezza cui egli s’è consacrato, quanto il poeta maledetto, l’adolescente dalle “suole di vento”, Rimbaud-Pollicino sognante che si affida a un “battello ebbro” per correre la sua delirante avventura verso l’Ignoto, fanno naufragio.

Gli scrittori inseriti nella nostra immaginaria antologia (da Baudelaire a Garcìa Lorca) forniscono un ventaglio ricchissimo di modelli, temi, miti, in opere abitate poco da eroi e molto da uomini comuni, inetti, disaiutati, esseri senza qualità, ma dallo sguardo profondo e acuto. Questi personaggi vestiti dimessamente fanno la loro comparsa nella narrativa fra Ottocento e Novecento: In Italia li incontriamo nelle strade della Trieste di Svevo, della Girgenti di Pirandello e della Siena di Tozzi.

La letteratura europea ce ne offre una varietà infinita: sono gli anonimi personaggi di Kafka che percorrono di notte viuzze e vicoli della vecchia magica Praga; sono individui qualsiasi come il commesso viaggiatore Leopold Bloom, protagonista dell’”Ulisse” di Joyce, che in una Dublino dai tetti color marrone, compie nelle ventiquattro ore di una giornata un viaggio parallelo a quello dell’eroe omerico attraversi i ventiquattro canti dell’”Odissea”.

Gli sconfinati spazi del mito si sono ridotti alle dimensioni di una città moderna. Prigionieri di folle metropolitane, a Londra, a Parigi, a New York, questi personaggi risentono fin nel profondo della crisi di fiducia e della caduta di certezze e valori che hanno travolto l’ottimismo positivistico. Nietzsche ha messo in discussione ogni dottrina, ha fatto riflettere sul volto ambivalente di ogni “verità”. La realtà non può essere spiegata ricorrendo alla scienza: Plank con la meccanica quantistica, Heisemberg con il principio di indeterminazione ed Eistein con la teoria della relatività ristretta hanno sconvolto gli antichi parametri.

La letteratura si volge ora verso quello che si nasconde dietro gli “oggetti dai volti familiari” di cui parlava Baudelaire, puntando la propria attenzione sui simboli, sul mistero che ammanta le cose, sull’ignoto albergante nell’uomo, in un territorio oscuro e limaccioso, scoperto ed esplorato, all’alba del nuovo secolo, da Sigmund Freud, artefice, con la psicanalisi, di una nuova e sconvolgente rivoluzione “copernicana”. Dopo Freud non è stato più possibile utilizzare le antiche categorie, e l’arte (anche in parte la musica) si è assunta il compito di far salire alla superficie tutto quello che si annida nell’inconscio.

Lo vediamo affiorare nelle immagini oniriche del pittore simbolista Odilon Redon, interprete mirabile degli incubi che si dibattono nell’interiorità: ne intuiamo la violenza nell’”Urlo” di Munch e nella deformazione del reale operata dagli espressionisti, nei disegni di Alfred Kubin, nelle metamorfosi subite dai personaggi kafkiani, in racconti aventi la medesima sostanza dei sogni da i quali, però, ci si vorrebbe svegliare!!

Una seconda rivoluzione ha investito l’arte decadente: quella operata dal filosofo Henri Bergson con la scoperta del tempo interiore della coscienza, altra cosa dal tempo degli orologi. Passato e presente coesistono dentro di noi, anzi il «passato fa valanga sul presente», dice Bergson, e può essere recuperato nella sua interezza; è questo il senso del tentativo compiuto da Marcel Proust: un’estenuante «ricerca del tempo perduto», ritrovato e salvato nella scrittura. E «il presente, se ha dietro il passato è mille volte più profondo di quando ti preme così da vicino che non puoi sentire altro» (Virginia Woolf).

Luoghi, oggetti, volti riemergono dalla nebbia degli anni e liberati dall’involucro che li teneva prigionieri si rivelano a noi nella loro verità. Di queste rivelazioni o epifanie è ricca la letteratura del primo Novecento, tra Proust, la Woolf, Joyce, tre scrittori che dietro gesti banali e quotidiani ci hanno insegnato a scoprire un mondo di sentimenti e di affetti, come «fiammiferi che s’accendevano improvvisi nell’oscurità» (Virginia Woolf).

Ma la letteratura decadente porta alla luce anche il senso di vuoto della vita, le ferite lasciate da una guerra che ha sancito la fine dell’ “età dell’oro” per gli scrittori della Mitteleuropa, testimoni, come Stefan Zweig e Joseph Roth, del crollo dell’impero asburgico. Sono venuti meno tutti i punti di riferimento per gli individui e per i popoli. La caduta di valori cui fa riferimento il pensiero di Nietzsche diventa oggetto di analisi nell’”Uomo senza qualità” di Robert Musil, un romanzo filosofico che si presenta quale sintesi e riflessione sulla civiltà occidentale giunta ormai slombata ad una svolta decisiva. L’angoscia per quella fine e l’orrore per una guerra devastante cifrano le liriche del poeta espressionista tedesco, Georg Trakl, una delle voci più alte del Novecento europeo.

Lungo la linea della poesia, è alla forza misteriosa della parola, sottratta al logoramento della comunicazione quotidiana che i simbolisti, da Mallarmé a George a jiménez, affidano il compito di esprimere il significato ultimo del vivere. La parola è bellezza e verità, liberazione dai fantasmi del nulla, nocciolo risplendente della vita. Ha la trama inconsistente dei sogni… Sogno è anche l’incanto doloroso dei ricordi che ad essa sono affidati: come le “plazoletas”, le piccole piazze delle città spagnole con gli «accesi aranci» dei «paesaggi d’anima» di Antonio Machado. Sogno, visione, voce dell’inconscio: nei colori e nelle immagini liriche di Garcìa Lorca, nei cui versi sono ormai riconoscibili i “paesaggi” dei pittori surrealisti, l’ultima grande avanguardia del Novecento.

La parabola dei decadenti, avviata dai “Fiori del male” di Baudelaire, conosce quindi la sua conclusione e il suo superamento nelle fantasie surreali e barocche di Garcìa Lorca, poeta simbolo della vittoria della poesia sulla violenza della storia: assassinato da bande franchiste nel 1936 nei pressi di Granada, cosi lo ritrae Antonio Machado: «fu visto, camminando tra fucili, / in una lunga strada, / uscire ai freddi campi, / ancora con le stelle del mattino»… Garcìa Lorca non fu un poeta realista; in lui tutte le cose divengono simboli, assumono le sembianze del mito, si trasfigurano… Sotto le immagini, dietro ai colori, dentro le metafore si ritrova una visione dolorosa della vita, dove l’amore si risolve sempre in dolore e pianto. Un pianto immenso come quello che sale da tutta la terra; e la vita non ha amore che possa bastare al desiderio degli esseri umani.

Prof. Gardenio Granata
2-3 Dicembre 2020

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