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Gardenio Granata, L’uomo “mascherato” in Seneca: una società infelice…

«Mi viene da domandare quindi ai superbi perché camminino rovesciando tronfiamente il capo all’indietro, per quale motivo stravolgano talmente i lineamenti e l’espressione del volto da sembrare preferiscano avere una maschera più che un volto»
[Seneca, De Beneficiis, 13, 2]

In Pirandello la “maschera” parrebbe legata ad una condizione esistenziale, quasi obbligatoria all’interno di un nucleo sociale pronto a eliminare qualsivoglia forma di sincerità, considerata troppo pericolosa in una vita artefatta, segno tangibile di una sofferenza da occultare al fine di farsi accettare; una “maschera” destinata comunque a cadere lasciando l’essere umano improvvisamente trasparente a causa di una nudità che lo espone al rifiuto e alla relegazione in un privato terribile e insopportabile! In sostanza il vincolo della “maschera” rimane ineludibile per dare alla vita il crisma della sopportabilità.

Ora in Seneca invece prevale il rapporto vita-teatro motivato dall’incapacità di scavare a fondo nella propria interiorità, quello che il filosofo di Cordova chiamava con felice sintesi il «suum esse» vale a dire “l’appartenersi”, la capacità di percorrere il faticoso cammino dalla “persona” alla “facies” (dalla maschera al volto), segnale di una raggiunta “sapientia”, e di assumere il ruolo di “gubernator” (timoniere) in grado di attraversare le tempeste della vita onde approdare ad un porto sicuro. L’impiego frequente di questa metafora nautica si spiega con il moto ondoso delle passioni che, se non dominate, hanno gioco facile a travolgere irreparabilmente!

Non bisogna lasciarsi irretire da una vita trasformata in “spectaculum”, alieno da ogni seria interiorità. Se da una parte Seneca condivide la similitudine stoica della vita-teatro, da un’altra denuncia tutti gli aspetti negativi presenti in una simile concezione dell’agire umano. Questo voltafaccia è determinato dalla visione del teatro come luogo della simulazione, dell’apparenza e dell’effimero in cui occhi e orecchie sono ingannati: sulla scena la realtà è nascosta da uno splendore che confonde la vista, l’abbigliamento sfarzoso, i gesti nobili e solenni coprono una squallida miseria, la grandezza fuori della norma si rivela frutto di ingannevoli artifici.

Il grande teatro del mondo diviene il palcoscenico su cui l’uomo occulta sotto una “persona”, vera e propria maschera in senso moderno, le sue angosce, i suoi vani desideri, esibendo inutilmente qualità non possedute, in preda al tormento per conservare una “imago” attraente, così da suscitare il plauso e l’invidia altrui. Anziché la “facies” l’uomo opta per avere una “persona” per celare la sua identità sotto un volto artificiale; egli dunque vive in uno stato doloroso di sdoppiamento, e se detiene il potere, governa seguendo l’arte del mostrare e del nascondere! La creatura umana, occultandosi ed esibendosi ad un tempo, facendo propria la dialettica paradossale tipica di ogni azione teatrale, partecipa al gioco degli inganni, ma sa solo ingannare e per lo più non s’accorge d’essere a sua volta ingannata.

Il “personatus” (mascherato) ha sovente coscienza della propria “personata felicitas”, ma è catturato dallo spettacolo insidiosamente offerto dai suoi simili e dalle cose stesse; non sa strappare la maschera a persone e cose, e per incapacità di penetrare con lo sguardo sotto l’involucro di cui tutto si ricopre, agogna, gioisce, teme sconsideratamente, a seconda delle “personae” (i mascherati) che si presentano ai suoi occhi e che talvolta egli per primo ha create. «Lo stimolo a compiere tutte le nostre follie è il fatto che qualcuno possa ammirarci e assecondarci […]

L’ambizione, il lusso, la sfrenatezza hanno bisogno di una scena» (Epistulae ad Lucilium, 94, 71). Ora, poiché nessuno perviene alla “sapientia” senza l’ausilio di chi ha già fatto progressi in questo cammino, il “magister” interviene in soccorso di colui che ha fermamente deciso di migliorare adottando una tecnica di smascheramento rivelandogli la componente “spettacolare” della vita, fornendogli il punto di vista “vero”, quello cioè esterno al gioco delle parvenze illusorie e ad esso superiore, paragonabile alla posizione dell’autore teatrale e del suo pubblico che osservano dall’alto della loro onniscienza l’agire erroneo delle “personae” sulla scena.

Il “sapiens” senecano, pur trovandosi all’interno dello spettacolo quotidiano di vita e di morte allestito dagli uomini e dalla natura stessa, ne è anche al di fuori; egli accetta e affronta i pericoli della “navigatio vitae”, ma è in grado comunque di sottrarsi alla soggettività ottica contemperando il ruolo di attore e quello di spettatore. A differenza di Lucrezio che in De rerum natura, II, 1-4 guarda dalla riva, al sicuro, il naufragio altrui, Seneca è naufrago e salvatore di se stesso a un tempo, grazie alla sua capacità di sfilarsi la maschera per “spectare” vale a dire guardare in profondità senza lasciarsi condizionare da una inconsistente “mascherata felicità” che rende l’animo nostro vacillante ed ebbro del nulla…

Prof. Gardenio Granata
30 Novembre 2021

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