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Salmoneo e l’Ulisse dantesco in Inferno XXVI, 136-142

Gardenio Granata, Salmoneo e l’Ulisse dantesco in Inferno XXVI, 136-142

In questo 2021 che ci vede e vedrà ancora drammaticamente immersi nel mare di una pandemia brutale, ci saranno (spero in modo degno e non “piratesco”) le commemorazioni di Dante Alighieri, il più grande poeta di ogni tempo (700 anni dalla morte → 1321) e a cui ho dedicato 30 e più anni di studi, conferenze in tutto il mondo, scritti, “Lecturae Dantis” (almeno un centinaio solo qui a Ferrara e molte nella sala “Agnelli” della prestigiosa Biblioteca “Ariostea”.

Ho quindi pensato di dedicare ai miei amici e lettori un certo numero di letture dantesche. Mi auguro che questa idea vi piaccia… È vero che purtroppo viviamo in una “serva Italia… nave sanza nocchiero in gran tempesta…”, ma noi cercheremo, con le nostre esigue forze, di mantenere accesa la luce “in questa selva oscura…” per tornare a “la diritta via…” !!!

 

Salmoneo e l’Ulisse dantesco in Inferno XXVI, 136-142

«Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso»
[Inf., XXVI, 136-142]

Il tragico epilogo del viaggio di Ulisse è fuor di dubbio luogo tra i più esercitati dell’intera Commedia e spunto di secolari dispute riguardanti la causa della punizione divina. Proprio nel mortifero naufragio, infatti, è segnata la cifra della narrazione dantesca che vale a discostarla dalle tradizioni precedenti.

Tuttavia, se il dibattito esegetico intorno a Inf., XXVI è ancora oggi fitto di “cruces”, resta impregiudicata la proposta che individua la fonte da cui Dante attinge per creare il finale dell’episodio di Ulisse: un passo del primo libro dell’Eneide, come già Guido da Pisa intuì avviando una tradizione critica consolidata e senza contrasti:

«Unam, quae Lycios fidumque vehebant Oronten,
ipsius ante oculos in gens a vertice pontus
in puppim ferit: excutitur pronusque magister
volvitur in caput; ast illam ter fluctus ibidem
torquet agens circum et rapidus vorat aequore vortex.»
[Aen., I, 113-117]
[trad: «Una (nave), che trasportava i Lici e il fido Oronte, davanti ai suoi stessi occhi un enorme cavallone, piombando dall’alto, colpisce sulla poppa: il timoniere viene sbalzato fuori e precipita a capofitto; e così l’onda la rigira per tre volte, spingendola in cerchio nello stesso posto e un rapace vortice la divora nell’acqua»].

Come l’enorme onda virgiliana colpisce la poppa della nave di Oronte facendola ruotare tre volte su se stessa («ast illam ter fluctus ibidem / torquet agens circum» → “ma tre volte lì stesso l’onda la rigira spingendola in cerchio”), finché un gorgo vorticoso la inghiotte, così il turbine nato «de la nova terra» percuote la prua della nave di Ulisse («del legno il primo canto») ed egualmente la sospinge in un vortice su cui, dopo averla sommersa, il mare si richiude.

Se è indubbio che, nella conseguenza che sortisce il «folle volo» di Ulisse, Dante riscriva gli esametri virgiliani, la non indifferente opzione terminologica dantesca («turbo» in luogo del vortex di Aen., I, 117) credo possa suggerire, per le terzine conclusive di Inf., XXVI, una simmetria, sempre nell’Eneide, anche con gli esametri relativi a un personaggio mitologico rappresentato nel Tartaro e sin qui non indicati da nessun commentatore quale possibile fonte del XXVI infernale, suscettibili, quindi, di offrire nuovi suggerimenti all’analisi della creazione poetica di un personaggio tanto complesso quale l’Ulisse da Dante. All’ingresso del Tartaro, superata l’Idra a cinquanta teste, la Sibilla presenta a Enea alcuni dannati: i Titani e i gemelli Aloidi, il gigante Tizio e i Làpiti Issione e Piritoo.

Nel mezzo di questo sommario elenco, Virgilio riserva ben dieci versi a Salmoneo, figlio di Eolo, re dell’Elide e fondatore della città di Salmonia:

«Vidi et crudelis dantem Salmonea poenas.
Dum flammas Iovis et sonitus imitatur Olympi:
quattuor hic invectus equis et lampada quassans
per Graium populous mediaeque per Elidis urbem
ibat ovans divomque sibi poscebat honorem:
demens, qui nimbus et non imitabile fulmen
aere et cornipedum pulsu simularet equorum.
At pater omnipotens densa inter nubila telum
contorsit, non ille faces nec fumea taedis
lumina, praecipitemque immani turbine adegit.»
[Aen., VI, 585-594]
[trad.: «Ho visto anche Salmoneo subire una crudele punizione, mentre imitava le fiamme di Giove e il suono dell’Olimpo: Costui, tirato da quattro cavalli e agitando una lampada, per i popoli della Grecia e attraverso la città che sta nel centro dell’Elide se ne andava trionfante, e chiedeva per sé riconoscimento di divinità; folle, che i nembi e il fulmine che non si può imitare voleva simulare con la tromba e il battere degli zoccoli. Ma il padre onnipotente tra le dense nubi il suo dardo lanciò, non fiaccole lui né luci fumose di torce, e con un turbinio immane lo scagliò a precipizio nell’abisso»].

Salmoneo, colpevole di “hybris”, è relegato nel Tartaro per aver voluto imitare la potenza di Giove per mezzo di strumenti umani e con l’intento di ottenere per sé, mortale, l’onore spettante agli dei. Egli simulava il tuono divino passando col suo carro trainato da quattro cavalli sopra un ponte appositamente costruito, mentre con deboli torce, quasi fossero i fulmini del re dell’Olimpo, colpiva i suoi sudditi.

La superba presunzione di Salmoneo e la sua empia finzione non rimasero impunite: un fulmine scagliato da Giove lo sprofondò nel Tartaro «immani turbine», con una bufera prodigiosa e terribile. Alla lettura dei versi che descrivono la punizione inferta a Salmoneo riaffiora alla memoria il naufragio di Ulisse. Tanto la caricatura da dramma satiresco di Salmoneo, infatti, quanto la nobile trasgressione dell’eroe greco provocano un violento turbine – manifestazione della volontà del «pater omnipotens» in un caso, del meno esplicito, ma non meno intuibile, «altrui» nell’altro – in grado di sprofondare i due personaggi nell’abisso infernale e di troncare perentoriamente le loro storie. Anche la tempesta descritta in Aen., I, 1-123, è di origine divina, voluta da Giunone per ostacolare il “pius” Enea.

Tuttavia è da sottolineare che al «turbo» che annienta l’”impius” Salmoneo, oltre alla coincidenza lessicale con Inf., XXVI 137, pertiene una significativa consonanza testuale. La punizione divina, infatti, sprofonda Salmoneo nel Tartaro per l’arroganza di volersi ergere al grado di Dio, nonché Ulisse nell’inferno più profondo per aver tentato di giungere al monte della salvezza con le sue sole forze: entrambi manifestazioni della tomistica “praesumptio”, il credere, cioè, di poter accedere con le forze e gli strumenti umani all’inconoscibile divino. Un secondo connotato potrebbe poi avvicinare Salmoneo all’Ulisse dantesco; ad accomunare i due dannati, oltre all’epilogo delle vicende, non è solo l’adozione da parte di Dante dell’identico lemma «turbo», a significare la forza naturale incaricata per volere divino della punizione.

Virgilio, infatti, dopo aver narrato le empie consuetudini di Salmoneo, erompe in un’icastica exclamatio: «demens, qui nimbos et non imitabile fulmen / aere et cornipedum pulsu simularet equorum.» (Aen.,VI 590-591) → ”folle, che i nembi e il fulmine che non si può imitare / voleva simulare con la tromba e il battere degli zoccoli.” Il re Salmoneo è dunque “demens”, e il significato dell’apostrofe virgiliana, diretta a chi ha presunto di potersi ergere all’altezza della divinità, appare recuperato nell’aggettivo che connota il viaggio di Ulisse: «folle».

La comparazione testuale tra l’episodio virgiliano di Salmoneo e l’Ulisse dantesco sembra dunque lasciar ravvisare non solo la corrispondenza di due qualificanti tessere linguistiche, quali il latinismo «turbo», che come sostantivo può ritenersi inaugurato da Dante, e il «demens» (“folle”), ma riconoscere altresì un’omogeneità strutturale: è la “presunzione” che determina la vindicta (punizione) divina e la conseguente condanna infernale. Nei due episodi tracciati nell’Eneide parrebbe, dunque, di poter individuare un insieme non scindibile da richiamarsi per meglio enucleare lo sfondo dell’ “inventio” dantesca, che li riscrive quando disegna il personaggio, la sua vicenda e l’inevitabile giudizio che ne fa conseguire.

Prof. Gardenio Granata

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