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Gardenio Granata, Il mistero del dolore e del male

«A differenza di Giobbe, non ho maledetto
il giorno della mia nascita: gli altri giorni,
in compenso, li ho coperti tutti di anatemi»

[Emil Cioran, “L’inconveniente di essere nati”]

L’esperienza del dolore inaugura una tipologia di conoscenza del tutto irriducibile alle altre modalità di percezione del mondo.

Sotto il segno del dolore il mondo appare trasformato nella sua interezza: in questo senso il soffrire appartiene al genere dei cimenti cruciali poiché trasmette agli uomini una tensione che, quando non produce distruzione, acuisce certamente la sensibilità percettiva. Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, rompe il ritmo abituale dell’esistenza, ingenera quella discontinuità sufficiente per gettare nuova luce sulle cose ed essere insieme patimento e rivelazione.

Il mondo inizia ad essere visto come prima mai esperito. Il dolore è veicolo di conoscenza non per astrazione, ma per immedesimazione: oltre certi limiti dall’uomo controllabili esso si fa “experimentum crucis”, sottopone a prova l’individuo che lo vive e si erge a controprova del senso dell’esistenza. A questo titolo il dolore è fatto personale, ma è anche evento cosmico: tale intreccio di singolare e di universale, mai del tutto districabile nell’esperienza della sofferenza, permette a questa nostra dura prova di farsi linguaggio.

Solo il riverbero di universale, presente in ogni esperienza individuale di dolore, consente a chi soffre di comunicarlo e a chi guarda di presentirlo e di riconoscerlo. A verifica di ciò basti considerare quanto accade nella vita comune: il muro di silenzio che s’innalza tra coloro che soffrono e gli altri e che separa al di là di ogni sentimento di pietà; l’impotenza di qualsivoglia consolazione, la vanità delle parole che pretendono di apportare sollievo, spesso tollerate quando non rifiutate con irritazione. Il dolore crea questi intransitabili confini: essi si formano subito ed inevitabilmente in proporzione alla densità del dolore; in una parola, la sofferenza accerchia e divide. L’assedio e la separazione rendono le parole eccedenti e superflue rispetto al dolore.

Se della dolcezza dell’amore Dante dice che «ntender no la può chi no la prova» (dal sonetto “Tanto gentile e onesta pare” v. 11), a maggior ragione questo si deve dire del dolore: tuttavia nella sofferenza non vi è solo disequazione tra il tipo di esperienza e la comunicazione, ma vi è una recessione della comunicazione stessa. Il rischio non è il fraintendimento, ma il muto patire che strettamente s’imparenta alla morte. Il sofferente tende al silenzio o al grido. Nel dolore non si è sostituibili perché esso funge da anticipazione della morte.

Una stretta implicazione rende i due eventi pressoché interscambiabili: più esattamente, l’esperienza possibile della morte si ha solo attraverso il dolore. La morte, come tale, è inesperibile: sotto questo punto di vista ha ragione Epicuro quando afferma che «la morte non è nulla per noi» (Epistula ad Menaeceum). La considerazione del filosofo greco risulta vera solo se si guarda al rapporto tra vita e morte in termini di secca alternativa e di pura esclusione. Ma il nesso tra l’una e l’altra non si esperisce così: la morte ci è anticipata ogni giorno.

Questa esperienza si svolge nel cuore stesso della vita come sottrazione di vita; la sua estenuazione non è data solo da ciò che il tempo toglie e consuma, ma dal ridursi delle possibilità espansive della vita che si restringono e si ripiegano su se stesse: la riduzione delle capacità vitali, siano esse sensibili o relative alle diverse prestazioni concesse all’uomo, è appunto dolore; e poiché rode e lima, apre le porte alla morte. In ciò la sapienza cristiana è stata più perspicace di Epicuro: «media vita in morte sumus», nel cuore della vita stessa si produce l’esperienza di morte.

Ma nella sapienza cristiana ne echeggia una più antica; il dolore come acconto di morte lo canta già il salmista (Sal. 109, 23): «Come ombra al declino me ne vado; / sono scosso via come locusta». In Giobbe la formulazione è ancora più radicale ed eloquente (7, 5-6):

«La mia carne è coperta di vermi e croste terrose,
la mia pelle si raggrinzisce e si spacca;
i miei giorni sono stati più veloci della spola
e sono terminati per mancanza di filo».

Su questo punto l’elegia arcaica non è difforme dal pensiero biblico. Così dice Mimnermo:

«… cupa di dolori avanza
senilità, che svilisce e deturpa,
e nel cuore è un rodìo d’angosce amare»
[fr. 1, vv. 5-7]

In questo caso la vecchiaia è imparentata al dolore di vedersi decadere, riduce le possibilità di realizzazione, spalanca le porte alla morte e l’invita a venire.

Il dolore è una diminuzione di sé e perciò contraddice il “sé” e proprio per questo dall’individuo è subìto e non può essere scelto, pena l’autodistruzione. Dunque il dolore, in quanto evento negativo, è male. Il dolore è quindi inflitto e, come tale, può essere solo sopportato e, a certe condizioni, accettato. Questa accezione del dolore è perfettamente espressa dalla parola greca πάθος (pathos) che, nella sua forma originaria, denota semplicemente l’essere colpito dall’esterno, indipendentemente dalla determinazione positiva o negativa dell’evento che colpisce.

Più avanti la parola assume la valenza negativa di “sofferenza, disgrazia, sciagura”. Il dolore è quindi per eccellenza ciò che colpisce: non si sceglie, giunge. Tutto ciò si rinviene nel verbo πάσχω (Pàsko) che significa insieme accadere, subire, soffrire: in una parola l’accadimento del dolore è ciò che costitutivamente si subisce ed in tale subire esso è appunto un patire (πάσχω – patior). Da qui la “pazienza” come virtù suprema nella sofferenza, quale capacità del saper sopportare. Il dolore giunge ineluttabile se non come la morte, in forma ad esso somigliante.

L’inevitabilità del dolore è un “topos” inquietante di tutte le culture: basti, a titolo indicativo, tener conto di quanto dice Solone nel fr. 15: «non c’è uomo felice, sono sciagurati tutti i mortali che contempla il sole». Per tutti, infine, valgano le parole di Giobbe (14, 1-2):

«L’uomo, nato da una donna,
ha vita breve e piena di affanni.
Come un fiore sboccia ed appassisce;
fugge come l’ombra e non si arresta
e si disfà come legno fradicio,
come un vestito roso dalla tignola».

Il dolore quale esperienza del limite e anticipo di morte è angoscia: aggrediti da essa ci si chiede appunto della propria fine e quindi ci si rende consapevoli dell’aleatorietà di ogni accadere. Come Heidegger ci ha insegnato, nell’angoscia si fa esperienza dell’eventualità dell’essere e si considera tutto l’esistente nella luce dell’evento. In questo spazio l’uomo non è nulla di più che una porzione del divenire, che un segmento dell’universale e materiale vicenda di tutto ciò che è. Il dolore comprimendoci nel limite ci pone in relazione alla totalità.

Vincolati all’estremo della nostra individualità apriamo una relazione privilegiata col senso del tutto: la pena, l’affanno, la costrizione in cui il dolore confina, si rende dimensione ontologica e sentimento morale. Il greco aveva inteso il dolore come compressione-vincolo-pena: il termine θλĩψις (Zlipsis) significa infatti pressione, compressione, pena, vuoi nel senso materiale di calamità, vuoi nel senso morale di afflizione e, soprattutto nel greco del Nuovo Testamento, affanno. Il termine appartiene alla stessa famiglia del verbo θλίβω (Zlibo) che vuol dire appunto premo, comprimo, maltratto, ma anche angustio. Questo verbo ha una comune radice con θλάω (Zlào) che ha il significato materiale di schiaccio, pesto, infrango. Il dolore, stando a questa sequenza terminologica, comprime nel limite e perciò stesso lo rende manifesto: per la medesima ragione spinge al limite e chiude il cerchio della totalità su cui si apre l’interrogazione originaria. Il dolore rende estranei sulla terra e perciò separa dagli altri.

Ciò avviene per la doppia ragione che, essendo il dolore un anticipo di morte, configura la terra nel punto di vista della fine; in secondo luogo, essendo il dolore interamente mio, non è scambiabile con gli altri. Non posso comunicare agli altri sino in fondo il mio dolore, poiché non posso far assumere agli altri il punto di vista giusto sul mio dolore: la comunicazione suppone la traduzione e mai come in questo caso essa diviene alterazione e “tradimento”. Se le parole sono irrilevanti per l’uomo che soffre, fino a che punto possono essere significanti per chi le percepisce e le interpreta? Su ciò è esplicito il testo di Giobbe (16, 6): «Ma, se io parlo, il dolore non si lenisce / e, se taccio, non se ne va da me». Vanità delle parole proprie, ma, a maggior ragione, di quelle degli altri, soprattutto quando pretendono di spiegare e motivare il dolore e il male, quando si impiegano per renderlo accettabile.

Nel dolore si fa debole ogni consolazione poiché, tramite esso, l’uomo è conficcato radicalmente nella propria finitezza: l’asimmetria che così si produce rende anomalo chi soffre agli occhi degli altri, e rende gli altri eterogenei e irriconoscibili rispetto al sofferente. Il dolore, infine, dal momento che è restrizione di vita, una sorta di estraniazione sulla terra, è separazione: a ciò si deve aggiungere che esso è repellente in se stesso e rende repellente colui che affligge.

Per questo Giobbe ha parole dure, ed impietose quanto il suo stesso dolore, nei confronti degli improvvisati e generici consolatori (16, 2-3):

«Ne ho udito molto spesso di simili cose:
consolatori molesti siete voi tutti.
Avranno fine queste parole di vento?»

Solitudine e sofferenza entrano una nell’altra al modo di un circolo vizioso. Valgano per tutte le parole che Sofocle fa pronunciare al Coro su Filottete (vv. 169 e sgg.):

«Su lui piango, per la sua
solitudine dagli uomini:
lui che mano sanatrice
mai non sfiora, o sguardo amico;
lui dolente in abbandono
lui malato d’ogni male».

Chi è colpito dal dolore entra in questo cerchio di estraniazione, si percepisce diverso e perciò si fa discontinuo ed estraneo. Il dolore, poi, è debolezza, è intriso di timore per il sopravvento dell’odio e del disamore: il sofferente ha paura che le discrasie, le difformità e gli astii già esistenti rispetto agli altri ed in generale rispetto al reale, nel dolore si acuiscano, che le debolezze e le incrinature, che già erano in atto, si accrescano, che tutte le ragioni, abilitate a rendere ognuno di noi bersaglio degli altri e della sorte, nel dolore giungano a compimento e prendano definitivamente il sopravvento su quanto resta di noi:

«E ora io sono la loro canzone
sono diventato la loro favola.
Essi mi aborrono e mi schivano
né si trattengono dallo sputarmi in faccia»
[Gb., 30, 9-10]

L’accelerazione della fine porta a compimento quel tragitto di solitudine che il dolore stesso ha inaugurato. La sofferenza, poiché fa l’uomo straniero sulla terra lo mette solo di fronte a se stesso e lo realizza come individuo insostituibile, nucleo assoluto rispetto a cui il senso dell’esistenza deve essere interrogato e se possibile definito. Nel suo profilo essenziale, il dolore è solo di chi soffre, ma pone un’interrogazione che pesa sul significato della vita di tutti. Perché, dunque, il male?

Prof. Gardenio Granata
28 Settembre 2021

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