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Gardenio Granata, Il Gerione dantesco “Sozza immagine di froda”: tra “Monstra-Mirabilia” e Metafora [Inf., XVII]

Con l’uso del termine “mostro” Dante allude forse non solo alla spiegazione etimologica della parola fornita da Sant’Agostino (cfr. “De civitate Dei”, XXI, 8, 5) ed altri, per cui significa “quello che dimostra”, ma anche alla tradizione (cfr. Isidoro di Siviglia, “Etymologiae”, XI, 3, 2-3) che lo faceva risalire a “monitus”.

A parte certi rari serpenti, si pensi al grifone e al drago, non appare nella Commedia nessuno degli animali mitici che all’epoca di Dante si credevano reali: mancano il “bonacon” (sorta di bisonte spirante fuoco dalle narici), l’“eale” (una specie di capra o antilope con corna totalmente ruotanti), la salamandra, il “basilisco” (creatura mitica a forma di serpente capace di pietrificare con un solo sguardo), il “monoceronte o unicorno” (creatura leggendaria con corpo di cavallo e un sol corno in mezzo alla fronte), e così via.

Ce n’è uno però che pare abbia esercitato un influsso notevole sulla concezione e rappresentazione visuale del più strano e meraviglioso “monstrum” infernale: Gerione. Partendo dal virgiliano Gerione “tergeminus”, che si può facilmente identificare anche con la “forma tricorporis umbrae” dell’entrata dell’Averno, la fantasia di Dante ha creato una bestia composta di vari elementi fisici: “la faccia d’uom giusto, il fusto di un serpente con branche pilose, e la coda velenosa a guisa di scorpion.”

Il Gerione dantesco così ricorda la descrizione tradizionale della “manticora” offertaci nel “De imagine mundi”, 1, 13 (Patrologia Latina, CLXXII, col. 124) di Onorio Augustodunense: “Mantichora bestia, facie homo, triplex in dentibus ordo, corpore leo, cauda scorpio, oculis glauca, colore sanguinea, vox sibilus serpentum, fugiens descrimina volat, velocior cursu quam avis volatu, humanas carnes habens in usu”.

È vero che le corrispondenze esatte sono soltanto due, la faccia e la coda, ma ad esse si possono aggiungere le branche pelose, il corpo serpentino e la capacità di volare di Gerione che potrebbero ben rievocare il corpo leonino, la voce di serpente e il volo della manticora. Del resto, sono proprio la faccia umana e la coda di scorpione a costituire gli elementi più importanti della simbologia del Gerione dantesco, in quanto esprimono l’aspetto esteriore innocente che maschera la natura mendace e pericolosa di questa “sozza imagine di froda” (v. 7), il cui significato fu suggerito forse anche dalla forma del nome “manticora” che appare nel volgarizzamento del “Tresor” di Brunetto Latini: “menticore”, quasi composto di “mentire” e “cuore”.

Il Gerione dantesco, dunque, benché derivi il nome e la forma ibrida da Virgilio, è piuttosto una fiera che risale ai bestiari e ad altre fonti classiche e medievali, rielaborata da Dante con la sua libera “imagery” – un fatto ribadito dal poeta stesso quando fa il suo giuramento metaletterario «per le note / di questa comedìa» per confermare la realtà di questa figura «meravigliosa ad ogne cor sicuro» – e sviluppata in senso simbolico e morale dentro la struttura dei peccati puniti nell’Inferno.

Esso è l’esempio più cospicuo e complesso del processo in cui il poeta ha introdotto gli altri “monstra” infernali, sia quelli aventi forma più o meno umana (Caronte, Minosse, Pluto, Flegiàs) sia quelli che, come Gerione stesso, sono animaleschi o di forma mista: Cerbero, le Furie, Medusa, il Minotauro, i centauri (compreso Caco), e le Arpie. Tutti sono d’origine classica, anzi più precisamente virgiliana, assimilati da Dante nel suo mondo poetico e morale in cui si sono trasformati in grotteschi servitori di Satana e ministri della giustizia di Dio. Se risponde al vero che gli appelli di Dante al lettore nascono dalla volontà di esortare a non scambiare ciò che si vede per ciò che è, allora ciò che è si svela attraverso un graduale “iter” interpretativo, frutto di un cammino di conversione che, prima di ascendere, richiede l’umiltà del discendere.

Metafora di questo faticoso passaggio dalla presunzione all’umiltà è il volo di Dante sulla groppa di Gerione. Se nell’episodio di Medusa (Inf. IX, 52) Dante aveva potuto verificare le rovine apportate nell’Inferno dall’incontinenza, dai suoi istinti naturali non proiettati in una dimensione soprannaturale ed escatologica, e aveva dovuto dominare la sua passione, ora, nell’episodio di Gerione, deve verificare l’orrore che produce chi ha costruito la propria vita sulla malizia, usandola per fini egoistici, e dominare la frode. L’imponente mostruosità della fiera è costruita attraverso un gioco sofisticato e complesso di strategie metaforiche, tese a creare, mediante una giustapposizione contrappuntistica d’immagini demoniche, un attrito parodico, suggerito in termini di vita reale, tra verità e menzogna.

L’immagine di Gerione ha in Dante un solo corpo (Dante nel superare il concetto di metamorfosi antica, crea una nuova poetica della metamorfosi, che trova la sua massima espressione nel canto XXV dell’Inferno, ma che è altresì rinvenibile nella descrizione gerionesca, nella “unitio” (fusione) delle tre nature in un sol corpo mostruoso, antitesi palese del mistero trinitario votato alla sincerità e al bene fino al sacrificio. Tale poetica è, inoltre, perfettamente rispondente non solo alla linguistica ontologico-teologica medievale da cui Dante è notevolmente influenzato, ma anche tesa a favorire la realizzazione della stessa “ontologia della metamorfosi” dantesca.), ma composto di tre esseri diversi, particolarmente inclini per loro natura alla frode: uomo, serpente, scorpione.

Il riferimento alla scena mitologica antica è, dunque, qui superato nell’unificazione in un sol corpo delle tre nature distinte. Nell’atto molteplice della lettura dentro lo specchio della memoria intertestuale, Dante, crea la figura di Gerione, scegliendo tra la dovizia dei particolari e delle immagini fornitegli dai testi classici, che reinterpreta ed invera alla luce dei testi biblico-patrologici, tutto trasformando in concisione e brevità, al fine di cogliere ciò che del mito è necessario a mettere in risalto la tragicità dell’evento e, nel contempo, la funzione salvifica del mostro stesso all’interno della dinamica del viaggio.

Ciò che stabilisce la funzione centrale di questo episodio, non solo rispetto al codice narrativo, ma anche simbolico è l’equivalenza che emerge, con il VI libro dell’Eneide, in cui Gerione, gigante a tre corpi, appare insieme con altri mostri nel vestibolo dell’Averno. La discesa agl’Inferi nel poema virgiliano include un rito di rinascita che deve condurre ad una nuova vita e irradia un’atmosfera demoniaca. Enea deve incontrarsi con l’ombra del padre, ritornando alle origini della propria storia, per poter procedere nella sua missione.

Il rito di iniziazione richiede che l’iniziato passi attraverso le fiere infernali e muoia, per rinascere come uomo nuovo; basterebbe per un attimo ricordare l’interpretazione folklorica, a proposito della morfologia della fiaba, di V. J. Propp, secondo la quale la selva e quindi l’Averno, l’Inferno, con tutti i mostri che vi dimorano, vanno considerati quali luoghi geografici, da una parte, dell’iniziazione, e, dall’altra, della catabasi nell’oltretomba. Ad entrambi è comune la morte temporanea, o meglio l’andare verso la morte, verso la distruzione dell’uomo vecchio, per iniziarsi ad una nuova vita. Come Enea deve quindi passare attraverso le fiere e i mostri infernali, così Dante, quale “homo viator!, deve cavalcare Gerione, per divenire poeta profeta.

Il rito d’iniziazione di Dante giungerà a conclusione, quando il poeta avrà superato una serie di prove (una vera e propria ordalìa in senso antropologico), l’ultima delle quali costituita dall’incontro con Lucifero. Dopodiché potrà iniziare il suo cammino di ascesa-ascesi. Il lettore, prima d’incontrare Gerione, viene assicurato dal poeta sulla veridicità della materia del racconto «quel ver c’ha faccia di menzogna», anche se quella storia vera ha l’aspetto di una bugia, mentre la frode, materializzata nel corpo di Gerione, ha «la faccia d’uom giusto» cioè il volto della verità, che però nasconde una menzogna, «nel vano tutta sua coda guizzava», cioè una coda di scorpione, emblema di una natura distorta e demoniaca.

La frode di Gerione viene, allora, ad essere contraffatta, attraverso l’attrito parodico della “fiction” poetica che suggerisce, in termini mimetici, una contrapposizione tra menzogna e menzogna. Mentre infatti la storia raccontata da Dante è verità nascosta sotto la metafora del mostro, che incarna il vizio pernicioso della frode, la frode di Gerione, metafora della menzogna, viene ad essere contraffatta dal volto di un uomo giusto, dal volto della verità. Tale attrito ironico è il risultato della diversità di percezione e giudizio tra chi (il dannato) si limita a cogliere soltanto la verità della lettera che, proprio perché imprigiona e rende mostruosi, impedisce l’ascesa alla salvezza, e chi, (il poeta) invece, si sforza di vedere la verità che sta dietro la lettera e di ricongiungere il segno con il significato, la morte con la vita e il corpo con l’anima.

Quindi Gerione diviene, in quanto lettera, metafora bloccata, in cui Dante specchia se stesso e, in quanto lettera che si ricongiunge al significato (“per significata per litteram”, cfr. Epistola XIII°, par. 7, a Cangrande della Scala), metafora aperta al senso figurale, attraverso la quale il poeta, da penitente, penetrando fino in fondo il suo significato vero, che non è quello costretto dalla lettera, giunge, salendoci in groppa, al di là della stessa e della sua immagine di uomo vecchio. Gerione nell’Inferno è, insomma, una metamorfosi senza sviluppo, ma che, se interpretata da chi sa coglierne la sottostante dottrina, può ricondurre, con l’annientamento-scomparsa dell’uomo vecchio, ad una nuova vita.

Pertanto Dante, salendo sopra il dorso di Gerione, sperimenta su di sé la frode che contempla e la vince, dominandola. La ricerca di sé nello specchio del disordine, ancora una volta, non può per Dante che sfociare in un’immagine rigenerata in funzione di Dio, luce di cui ogni cosa è riflesso. La prova di Gerione, dopo altre prove, restituisce, quindi, al poeta, ancor più, la propria identità, tutta proiettata verso un futuro salvifico.

Prof. Gardenio Granata
27 Marzo 2021

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