Guy S. Métraux, Le Ranz des vaches, du chant de bergers à l’hymne patriotique, Ed. 24 Heures

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Descrizione

Direction artistique Laurent Pizzotti Appui de Fondation MaryLong pour la Musique populaire et le Folklore Suisse
Edizione e Anno 24 Heures, Lausanne (CH), 1984 Illustrazioni Fotografie e disegni in B/N e a colori
N. Volumi 1 N. Pagine 159
Dimensioni 23.8 x 28.2 x 1,4 cm. Peso (senza imballo) 0,84 kg.
Descrizione

Le Ranz des Vaches (il Canto dei Vaccai)

«Melodia strumentale menzionata per la prima volta nel 1545; in seguito melodia perlopiù cantata (in dialetto svizzero ted. Har Chueli, ho Lobe) con cui le mucche al pascolo (dette anche Lobe) vengono richiamate alla stalla, indotte a disporsi in fila e rese tranquille durante la mungitura.

Il termine tedesco corrispondente (Kuhreihen) deriva dal verbo kuoreien, cioè “allineare (reien) le mucche”, già presente in un Canto popolare del 1531. Risalgono a prima del 1800 diversi testi e melodie tramandati per iscritto, quali i canti dei vaccai dell’Emmental, dell’Oberhasli, dell’Entlebuch, del Simmental; del 1810 è il Ranz des vaches di Jorat e del 1812 quello della Vallée des Ormonts. Il canto dei vaccai di Friburgo o della Gruyère è cantato ancora durante la Fête des vignerons, con la vecchia usanza dell’armailli (cioè l’Alpigiani) che intona il canto Liauba.

Una prima variante a due voci dell’Appenzeller Kureien Lobe lobe compare già in una pubblicazione del compositore ted. Georg Rhau (Bicinia Gallica, Latina et Germanica, 1545). La versione più antica in forma scritta del canto dei vaccai appenzellesi è conservata nel canzoniere di Maria Josepha Barbara Broger (1730). Nella sua tesi di medicina De Nostalgia vulgo Heimwehe oder Heimsehnsucht (1688), consacrata alla nostalgia del Paese natio, Johannes Hofer riferisce che i mercenari svizzeri udendo il canto dei vaccai erano colpiti da delirium melancholicum e pertanto spinti alla diserzione: per questa ragione era passibile di morte chi, nel servizio all’estero, lo suonava o cantava (Nostalgia).

Un’edizione ampliata della tesi (con l’aggiunta della Cantilena Helvetica e delle Kühe-Reyen) é stata pubblicata da Theodor Zwinger nel 1710 con il titolo De Pothopatridalgia. Mosso da interesse letterario, Johann Jakob Bodmer cercò esempi di questi canti, ma intorno al 1724 non sapeva ancora con certezza se quei “motti di alpigiani” fossero semplici melodie senza parole. Il canto dei vaccai fu fonte di ispirazione per molti compositori, che cercarono di integrarlo nelle proprie opere quale elemento di suggestione pastorale; grazie alle versioni del Guglielmo Tell rispettivamente di André Ernest Modeste Grétry (1791) e di Friedrich Schiller (1804), il canto dei vaccai compare in composizioni di Ludwig van Beethoven, Hector Berlioz, Robert Schumann, Felix Mendelssohn, Gioacchino Rossini, Franz Liszt, Richard Wagner e altri.

Oggi tale canto è usato ancora solo come semplice richiamo per mucche (Chuereiheli, anche sotto forma di jodel) o come pezzo strumentale per corno delle alpi o Büchel (Frutt-Chuereihe).»

Fonte: Historisches Lexicon der Schweiz [online]

Note editoriali Prima Edizione a copertina rigida in tela marrone con titoli al dorso e al piatto, di grande formato, con numerose fotografie e riproduzioni di antiche incisioni sia in B/N che a colori. Stato di conservazione: Ottimo [l’opera si è conservata bene nonostante i 30 anni compiuti; il tomo in sé è davvero ottimo, con solo un po’ di sbiaditura al titolo del dorso e una leggerissima consunzione della tela dovuta al normale sfregamento tra volumi; firma datata e timbro (di classe, c’è da dirlo) di colui che donò il volume all’ultimo proprietario, in antiporta].

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Peso 0.84 kg
Dimensioni 23.8 x 28.2 x 1.4 cm
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