Arrigo Minerbi, Pensieri, confessioni, ricordi, Ed. Ceschina, 1955

Arrigo Minerbi, Pensieri, confessioni, ricordi, Ed. Ceschina, 1955

Un libro che racchiude pensieri, confessioni e ricordi, oltre a molte riproduzioni fotografiche di sculture, di Arrigo Minerbi.

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Descrizione

Edizione e Anno Ceschina, Milano, 1955 Illustrazioni Fotografie in B/N f.t.
N. Volumi 1 N. Pagine 65 + CII tavole
Dimensioni 25 x 32,5 x 3 cm. Peso (senza imballo) 1,80 kg.
Descrizione

Arrigo Minerbi nacque a Ferrara il 10 febbraio 1881 da Moisé e da Stella Luzzato, commercianti di tessuti.

In un suo testo autobiografico (Pensieri, confessioni, ricordi, Ed. Ceschina, Milano) il M. sottolineò, forse eccessivamente, le modeste origini familiari e un percorso quasi da autodidatta. Frequentò la scuola d’arte civica di Ferrara ed ebbe tra i suoi maestri Luigi Legnani; ottenne un premio nell’anno scolastico 1894-95 e nel 1900 espose un busto in terracotta intitolato April giocondo all’esposizione della Società Benvenuto Tisi, mostra alla quale nel 1901 presentò il Busto di un colono (Scardino). In quegli anni risulta domiciliato nel ghetto ebraico di Ferrara insieme con i genitori e i fratelli.

Trasferitosi a Firenze, vi frequentò nel 1902 la scuola libera del nudo dell’Accademia di belle arti e svolse per necessità economiche diverse attività in ambito artigianale e artistico, quali lo stuccatore, il ceramista, il restauratore. All’accademia fu allievo di Giovanni Fattori, ma il soggiorno fiorentino contribuì sicuramente anche ad approfondire le sue conoscenze della scultura rinascimentale, che emergeranno nelle sue opere successive. Tra il 1905 e il 1906 si trasferì a Genova, dove rimase fino all’inizio della prima guerra mondiale e dove ebbe modo di conoscere Malvina Benini, di famiglia ferrarese, che diventerà sua moglie. Il periodo genovese fu caratterizzato soprattutto dalla frequentazione di un cenacolo artistico-letterario, denominato «Il bivacco», composto tra gli altri dai poeti Rodolfo Fumagalli e Giovanni Costanzi, dal pittore Amos Nattini, dall’architetto Enzo Bifoli.

Fu soprattutto con il giovane poeta Costanzi che il M. stabilì un rapporto di profonda intesa spirituale, basato su comuni interessi per le filosofie orientali e per un atteggiamento idealistico di impronta neoplatonica, legame testimoniato anche dal ritratto di Giovanni Costanzi eseguito dal M. (ripr. in Michelacci).

Sia negli anni fiorentini sia in quelli genovesi il M. non perse comunque i contatti con Ferrara e continuò a eseguire opere destinate alla sua città natale, soprattutto sculture funerarie e opere decorative (Scardino). Tra queste ultime, le decorazioni del bar Parisina, progettato da Augusto Grossi, del 1910. Del 1909-10 è il gigantesco Nettuno in cemento armato collocato sul promontorio di Monterosso al Mare, oggi ancora in loco ma notevolmente deteriorato. Del 1911-13 il Ritratto della madre (Milano, Galleria d’arte moderna), che verrà tradotto in marmo con la collaborazione di Adolfo Wildt nel 1919, testimonia ancora, insieme con le notevoli qualità ritrattistiche, la fusione tra istanze naturalistiche e influenze simboliste.

Il M. non partecipò attivamente alla prima guerra mondiale poiché fu riformato per motivi di salute, ma fu profondamente coinvolto dalla battaglia irredentista e dal clima generale di intenso patriottismo, come testimoniano due opere di quel periodo: la Vittoria del Piave e il Trittico di Cesare Battisti.

La Vittoria del Piave, seppure forse iniziata nel 1915, deve la sua ispirazione alla disfatta di Caporetto del 1917; il M. ne studiò particolari e varianti fino alla prima fusione, del 1923, destinata al Monumento ai caduti di Oggiono (Milano). La figura femminile nuda, raccolta in una sorta di volo mancato, esprime con dolente patetismo la delusione di una vittoria monca, la sofferenza per i numerosi caduti, il pudore dell’orgoglio ferito. I ceppi le legano le gambe a un basamento che vuole evocare un pilone del fiume Piave. La sinuosa linea liberty e il simbolismo patriottico dell’opera non piacquero a tutti e quando, in occasione della sua esposizione alla Fiorentina Primaverile del 1922, il sindaco di Firenze ne propose l’acquisto, un gruppo di artisti sollevò sui giornali una forte polemica. L’opera ebbe comunque un notevole successo: nel 1924 un esemplare in bronzo fu posto presso la Torre della Vittoria di Ferrara e nel 1935 un altro esemplare fu collocato all’ingresso del Vittoriale da Gabriele D’Annunzio, grande ammiratore del Minerbi.

Tra il 1917 e il 1919 il M. elaborò anche i tre ritratti di Cesare Battisti – Il soldato, L’apostolo, Il martire – destinati a comporre un trittico che sintetizzasse la personalità dell’eroe nelle sue diverse sfaccettature. Oltre alla sempre apprezzabile sensibilità ritrattistica e psicologica, soprattutto nella testa del Martire è ancora visibile l’influenza della levigatezza virtuosistica di Wildt, dal M. conosciuto e frequentato a Milano, e la sua vena di patetismo estremizzato, qui certamente suggerito dalla drammaticità del soggetto. Il trittico, composto dalla testa del soldato in bronzo e dalle altre due in marmo, fu esposto all’Esposizione fiorentina primaverile nel 1922, dove fu acquistato da casa Savoia e dai reali donato al Museo del Risorgimento di Trento (Castello del Buonconsiglio) dove tuttora si trova.

Nel 1919 il M. fece la sua prima esposizione personale con il pittore Ugo Martelli a Milano, dove nel frattempo si era trasferito, presso la galleria di Lino Pesaro.

Tra le opere esposte si ricordano Il nuraghe (1915), ritratto di un medico sardo frequentato a Genova, e Il falco (1915; entrambi in cera), ritratto dell’aviatore e poeta Rodolfo Fumagalli, oggi nel Museo d’arte moderna di Ferrara (Michelacci), nei quali il sensibile naturalismo si intreccia con un’espressività intensa, mediata certamente anche dall’arte di A. Rodin. Espose anche Mattino di primavera, un nudo femminile in marmo, levigato e adolescenziale, che nel 1920 alla Mostra d’arte di Ferrara fu acquistato dalla Galleria d’arte moderna di Roma (Pensieri, confessioni, ricordi, pp. 16 s.).

Al 1920 risale anche il marmo L’Annunciata (nella Collezione Marta Marzotto; Bossaglia), un’originale interpretazione del tema della Vergine Annunciata, raffigurata qui come una giovane donna seduta in profonda e severa meditazione, il cui corpo, al contempo realistico e levigato, ricorda nella tristezza del volto emaciato analoghi esempi preraffaelliti (Bisi).

Gli anni Venti furono un periodo di intensa attività per il M., coinvolto soprattutto nella scultura funeraria di committenza privata e nei monumenti ai caduti della Grande Guerra. Nel 1922 presentò il bozzetto per il Monumento ai caduti di Bondeno, presso Ferrara, inaugurato nel 1925.

Il M. elaborò una vera e propria messa in scena del soggetto che comprende un pozzo su cui spicca l’iscrizione «Memento», alla carrucola del quale è sospesa una sorta di catena-rosario di metallo su cui sono incisi i nomi dei caduti in guerra della città di Bondeno. Il pozzo è vegliato da una figura femminile seduta, che simboleggia tutte le madri dei defunti, alla quale il manto aderente conferisce una cupa aura fantasmatica. A Bondeno il M. entrò in contatto con Ferdinando Grandi, industriale proprietario della fonderia e collezionista d’arte che fu tra i suoi principali sostenitori (Scardino).

Il 1° nov. 1924 fu inaugurato alla presenza dei sovrani il Monumento al medico caduto in guerra, nel cortile della Scuola di sanità militare di Firenze, ex chiostro di S. Domenico del Maglio.

Intorno a una vasca-fontana che simboleggia la Fonte della vita, su un basamento si dispongono tre figure maschili nude, due sono in piedi e dialogano ricordando i drammatici eventi di guerra mentre la terza è seduta in un atteggiamento di paziente attesa della guarigione. La scelta di un linguaggio simbolico e idealizzante pone le figure in una sorta di malinconico limbo dal quale emerge soprattutto l’espressività patetica dei volti, ancora debitrice dell’esempio di Rodin, benché l’atmosfera del gruppo e la levigata sintesi dei panneggi possa rimandare anche a esempi nordeuropei (Michelacci).

Improntato a un più deciso verismo è invece il gruppo bronzeo con S. Francesco che predica agli uccelli per l’edicola Cusini, progettata dall’architetto Adolfo Zacchi, al cimitero Monumentale di Milano del 1925-27 circa.

In questo caso il M. privilegiò la ricerca di un effetto di verità, quasi storica, nel rendere la magrezza estrema del corpo del santo e i lineamenti del suo volto non bello, ma dall’espressione profondamente umana. Le diverse specie di uccelli in ascolto, a semicerchio, come affascinati dalla gestualità del santo, dimostrano ugualmente una attenta ricerca su modelli dal vero (Pensieri, confessioni, ricordi, pp. 36-40).
Nel 1927 eseguì il busto di Eleonora Duse scolpito in marmo, inaugurato il 7 novembre al teatro Manzoni di Milano (oggi Milano, Museo della Scala) di cui un esemplare in gesso è conservato al Vittoriale. Del 1930 è il bassorilievo Maternità per la clinica Mangiagalli di Milano, composizione di tre donne che attorniano la partoriente, riflessione sul tema della nascita risolta con equilibrio tra realismo e armonia decorativa (Milano anni Trenta, p. 256).

Negli anni Trenta si verificò un ulteriore mutamento del linguaggio del M. in chiave ancor più tradizionale e naturalistica con riferimenti più espliciti all’arte del passato, soprattutto al Rinascimento e al classicismo seicentesco, in linea con le tendenze di altri scultori italiani come Antonio Maraini o Alfredo Biagini, profondamente legati alla tradizione.

Opera emblematica di questa fase è l’Ultima Cena del 1930, raffigurazione a tutto tondo e con fusione in argento, che si conserva nella cattedrale di Oslo. Il gruppo mostra un deciso classicismo nel panneggio delle vesti e della tovaglia, mentre gli apostoli sono resi con verismo psicologico e gestualità descrittiva e il Cristo si colloca in posizione centrale tra i due tavoli con una posa ieratica di sapore medievale.

Nel 1932 il M. partecipò alla Biennale di Venezia, dove gli fu riservata una sala personale in cui espose dieci opere, tra le quali una terracotta di Maternità, l’Ultima Cena e i ritratti di Eleonora Duse e Vittore Grubicy.

Tra il 1935 e il 1945 fu impegnato anche nella realizzazione del Monumento funebre di Luisa D’Annunzio, madre del poeta.

L’impresa è legata alla ricostruzione completa della chiesa di S. Cetteo a Pescara, avviata nel 1929 dall’abate don Pasquale Brindano che vi coinvolse il concittadino D’Annunzio. Quest’ultimo scelse per il progetto architettonico Cesare Bazzani, coadiuvato da Giancarlo Maroni e, per il sepolcro della madre in marmo bianco di Carrara, il Minerbi. Il poeta impose comunque le sue idee sia per la struttura della cappella funeraria, la quarta a sinistra nella chiesa, sia per l’effigie della defunta che volle simile a una giacente del primo Quattrocento, abbigliata con la tradizionale veste delle spose abruzzesi e raffigurata con volto giovanile. Sul basamento è un ornamento di corone che contengono gli emblemi del cielo, del mare, della terra (Cicchetti). Spicca il contrasto fra il biancore del marmo in cui è ritratta la defunta e i marmi rosso e verde scuro della cappella, mentre un certo delicato naturalismo nei dettagli, il libro per esempio, le piegoline mosse della veste, collocano l’opera in una sorta di elegante manierismo atemporale assai vicino alla poesia stessa di D’Annunzio.

Nel 1936 il M. avviò la modellazione della porta in bronzo per il duomo di Milano incentrata sul tema dell’editto di Costantino e improntata a un linguaggio tradizionale, descrittivo e minuzioso e di cui primi bozzetti erano realizzati già nel 1938 ma che verrà interrotta negli anni di guerra (A. Minerbi, La porta del duomo di Milano, Milano 1948).

Il 7 marzo 1939, il M. fu chiamato al Vittoriale in occasione della morte di D’Annunzio per realizzarne la maschera funebre, che attuò con l’aiuto dell’allievo e collaboratore Marco Bisi e di cui un esemplare si trova al Vittoriale, nella sala dei Calchi e un altro al Museo di arte moderna di Ferrara. Nel 1939-40 realizzò il bassorilievo raffigurante Il mistero dell’Assunta per la cappella Conti nella chiesa di S. Maria delle Grazie a Milano.

A causa delle persecuzioni razziali, iniziate nel 1938, il M. lasciò Milano nel 1943 e si rifugiò a Roma nella casa Opera Don Orione, dove rimase per circa due anni (Michelacci); alcuni suoi familiari e amici ferraresi furono arrestati e deportati, circostanza nella quale morì il fratello Gino e che turbò profondamente il M., alterando i rapporti con la sua città natale (Pagnoni – De Bartolo).

Nel 1947 fu nominato accademico di S. Luca (Crema) e nel 1948 portò finalmente a termine la porta bronzea del duomo di Milano.

La porta, la prima a sinistra della facciata, fu inaugurata il 5 giugno e narra nelle sue formelle la faticosa lotta dei cristiani per riuscire a ottenere la libertà religiosa e quindi il trionfo finale di cui Costantino, raffigurato al centro in cima alla porta, rappresenta il perno ideale. Il programma fu stabilito dal cardinale Ildebrando Schuster arcivescovo di Milano, che aveva già seguito personalmente il programma della porta di Antonio Maraini per la basilica di S. Paolo a Roma con la quale si notano assonanze per il gusto neorinascimentale e l’intento narrativo. Ampio spazio è dedicato ai santi cari alla comunità milanese: Vittore, Gervaso e Protaso, Celso e Nazaro, mentre i primi sei vescovi di Milano sono raffigurati alla base. Malgrado il linguaggio tradizionalistico usato, il M. riuscì a conferire dinamismo e drammaticità alle sue figure, facendole talvolta fuoriuscire dalle cornici.

Gli anni Cinquanta furono un periodo di intensa attività soprattutto nel campo dell’arte sacra e dell’arte funeraria. Tra le molte opere, il busto in argento di S. Cetteo del 1951 per il duomo di Pescara e la gigantesca Madonna in rame sbalzato che fu collocata nel 1953 in cima al Monte Mario di Roma a ringraziamento per la fine della guerra. Nel 1953 il M. donò un gruppo di opere al Museo d’arte moderna di Ferrara.

Il M. morì a Padova il 9 maggio 1960 e fu sepolto nel cimitero israelitico di Ferrara.

Nel 1961 la moglie donò un altro gruppo di opere allo stesso Museo d’arte moderna di Ferrara.

Note bibliografiche

Edizione di grande formato a tiratura limitata e numerata (ns. esempl. #231/1500), a copertina rigida in tela marrone illustrata, con titoli al dorso; corredata da fotografie in B/N f.t.; sovracoperta  lucida illustrata in B/N; rilegata a filo; stampata presso le tipografie di Amilcare Pizzi.

Stato di conservazione

Ottimo [a livello strutturale, non si notano danni, scritte, segni, strappi o usure particolari che vadano evidenziate; copertine rigide in condizioni ottime eccezion fatta per un paio di piccolissime abrasioni alla parte alta del dorso e alla parte inferiore del piatto posteriore; spigoli e bordi netti; coste un po’ inscurite dalla polvere, nella norma; legatura rodata ma molto resistente; sovracoperta funzionale ma compromessa da mancanze soprattutto ai bordi e rinforzata dall’interno mediante nastro adesivo trasparente; pagine neutre iniziali e finali molto ingiallite ma non essenziali].

Informazioni aggiuntive

Peso 1.80 kg
Dimensioni 25 x 32.5 x 3 cm
Autore/i

Arrigo Minerbi [1881-1960]

Edizione

Luogo di pubblicazione

Milano

Anno di pubblicazione

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